Ferento

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Coordinate: 42°29′19″N 12°07′57″E / 42.488611°N 12.1325°E42.488611; 12.1325

Ferento
Ferentium
(Claudius Ziehr) Ferento 01.jpg
Il teatro romano di Ferentium
Civiltà etrusca e romana
Utilizzo Città
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Viterbo
Amministrazione
Visitabile Libera fruizione

I resti della città di Ferento (in latino: Ferentium) si trovano a soli 6 chilometri da Viterbo (del cui comune fanno parte), sulla strada Teverina verso la valle del Tevere.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Ferento Italy by S F William.JPG

Ferento sorgeva sull'altura di Pianicara, dove molto probabilmente, si insediarono gli sfollati della vicina città etrusca Acquarossa, distrutta intorno al 500 a.C. durante le guerre di espansione di Tarquinia.

Nel "Liber Coloniarum" e in un passo dei "Gromatici Veteres" risalente al 123 a.C. si trova la prima menzione della città di Ferento, in riferimento all'assegnazione di una colonia o forse alla spartizione di alcuni terreni demaniali.

Dopo la Guerra Sociale (91-88 a.C.) intorno al I secolo, Ferento risulta essere Municipium.

Dagli scavi effettuati, è risultato che in età Repubblicana, Ferento era sviluppata lungo il Decumano Massimo della via Ferentiensis, con una disposizione a rettangoli dell'agglomerato urbano, da est verso ovest.

Nella prima età Imperiale, Ferento raggiunge il suo massimo splendore, infatti risale a questo periodo la costruzione dei più importanti edifici pubblici, come il Teatro, il Foro, (che però non è stato ancora individuato) le Terme, una Fontana contornata da numerose statue e l'Augusteo. Nel I secolo d.C., risulta essere costruito l'Anfiteatro, posizionato nella zona nord-orientale rispetto agli abitati.

Lo splendore di Ferento, continua anche nel secolo successivo e viene definita "Civitas Splendidissima" come è scritto in una epigrafe di marmo rinvenuta nei pressi della città.

Tra gli abitanti di Ferento, spiccano alcuni nomi illustri, come Salvio Otone Imperatore di Roma per pochi mesi nel 69 d.C. e Flavia Domitilla Maggiore figlia di Flavio Liberale e moglie dell'Imperatore Vespasiano dalla cui unione, nacquero Flavia Domitilla Minore, il grande Tito e Domiziano entrambi imperatori di Roma.

Dal III secolo d.C. le notizie su Ferento, si fanno più nebulose, comunque dal "Liber Pontificalis", si evince che in quel periodo, in città si praticava il culto per Sant'Eutizio morto nei pressi di Soriano nel Cimino durante le persecuzioni messe in atto dall'imperatore Aureliano nel 269.

La città viene citata nel IV secolo dall'imperatore Costantino e altre menzioni sono dei papi Silvestro (314-355) e Damaso (366-384), nei "Tituli Constituiti".

Colonia romana[modifica | modifica wikitesto]

Ferento fu un opulento Municipio Romano dove le attività principali, erano il commercio, l'agricoltura, l'allevamento, nonché l'estrazione e lavorazione di Tufo e Peperino. Tra le attività ferentane spicca in particolare quella della lavorazione e la commercializzazione del Ferro che era facile da reperire in grandi quantità e soprattutto in superficie, su gran parte del territorio circostante.

Per questi motivi Ferento divenne una città molto ricca, abitata da abili artigiani e potenti commercianti che controllavano i traffici delle merci che si spostavano dalla costa del Tirreno all'entroterra e viceversa. Visti i comfort ed i servizi che la città offriva, erano molte le famiglie romane che la sceglievano per trascorrere i propri periodi di vacanza, aumentando così l'importanza e la fama della città.

Ferento sede vescovile[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Diocesi di Ferento.

Dalla fine del V secolo alla metà del VII secolo, Ferento risulta essere diocesi ed il primo vescovo, dovrebbe essere stato San Dionisio nel III secolo. Informazioni più precise si hanno invece dei vescovi Massimino nel 487, Bonifacio (probabilmente 519-530), Redento (567-568), Marziano (595-601) e Bonito nel 649.

Le prime crisi[modifica | modifica wikitesto]

Ferento Italy 2 by S F William.JPG

Durante la guerra greco-gotica prima e nella guerra detta dei trent'anni,(575-603) disputata tra Bizantini e Longobardi, la città di Ferento, non fu risparmiata dalle angherie e dalle vicissitudini di quel periodo, che gran parte dei centri dell'Etruria Meridionale, dovettero subire, andando inesorabilmente verso un triste declino.

La popolazione, subisce un forte calo demografico e si ritira ad ovest dell'antica città, cercando di fortificare la zona con delle recinzioni murarie, circoscrivendo un'area di circa 30.000 m2.

Anche la sede vescovile viene spostata nel VII secolo da Ferento a Bomarzo che si trovava in una più favorevole posizione per il controllo della valle del Tevere. I Longobardi, nel riassetto dei confini della Tuscia, divisero il territorio ferentano in tre parti che andarono a finire in tre diocesi diverse, quella di Bagnoregio, quella di Bomarzo e quella di Tuscania.

Il re Longobardo Liutprando nel 740 lascia la città di Ferento e si reca in Umbria dove nei pressi della Cascata delle Marmore, fonda un piccolo borgo, al quale darà il nome di Ferentillo in ricordo della città lasciata.

Nel 787/788 Carlo Magno consegna Ferento a papa Adriano I, a seguito della "Promissio Donationis" del 744 di Pipino il Breve.

Nel 940, Ferento, risulta far parte di una circoscrizione amministrativa nominata "Comitato Ferentensis".

La Ferento medievale[modifica | modifica wikitesto]

Dei secoli XI e XII, non si hanno molte notizie, comunque alcuni documenti fanno pensare che Ferento si fosse organizzata in un'autonomia comunale ed in ogni caso, è certo che, nonostante tutto, l'abitato si era lentamente ripopolato allargandosi ad est del Teatro dentro una nuova cinta muraria che delimitava circa 70.000 m2.

In questo periodo, viene costruita una torre di guardia all'interno del Teatro e sotto le arcate dello stesso vengono allestite varie botteghe artigiane.

Nel XVI secolo sorge lungo la strada principale, un piccolo sobborgo che prende il nome di "Borgus Ferenti" divenuto poi Borgo di Ferento.

Intorno al X-XI secolo, Ferento riprende a crescere economicamente e di importanza, attirando così le poco rassicuranti attenzioni della vicina Viterbo che era in piena fase espansionistica, con una politica volta al totale controllo della Tuscia.

Il declino della città[modifica | modifica wikitesto]

Il declino e la successiva distruzione della Città di Ferento, sembra essere scaturito da un episodio del 1169 che alcune cronache[1] riportano con una certa confusione, infatti sembrerebbe che i Ferentani chiesero a Viterbo un aiuto per la lotta contro la città di Nepi (ma si parla anche del contrario) e mentre l'esercito viterbese attendeva gli alleati sui Monti Cimini, i ferentani, arrivati davanti alle mura di Viterbo si fanno aprire la porta Sonsa e mettono la città al sacco.

La popolazione impaurita si rifugia presso la chiesa di Santa Cristina e l'Arciprete, venuto a conoscenza dell'accaduto parte subito a cavallo e si dirige verso i soldati viterbesi i quali, appresa la notizia presero subito a rincorrere i ferentani già sulla via del ritorno.

Arrivati addosso al nemico, i viterbesi scatenarono una feroce carneficina che non risparmiò nessuno e tanti furono i morti sparsi in quel luogo, che prese il nome di "Carnajola" o "Carnaio".

Una leggenda dice che da quel giorno, le acque del fosso sottostante iniziarono a depositare sul fondo una scia rossa, dovuta al sangue dei ferentani morti (in realtà le acque contengono materiale ferroso che imprime alle rocce una colorazione rossastra).

Questa versione dei fatti, è quella chi ci viene tramandata dai viterbesi, senza nessuna documentazione che possa darci una controversione ferentana, certo è che i viterbesi, erano determinati ad avere il totale controllo del territorio e dovevano a tutti i costi togliersi di mezzo la città di Ferento, che posta in quella zona così strategica, non poteva che essere sottomessa.

Un'altra versione dei fatti, che invece si tramanda a Grotte Santo Stefano, dice che i viterbesi, usarono il pretesto dell'aiuto per la lotta contro Nepi, semplicemente per far uscire l'esercito ferentano dalla città e quando questo giunse allo scoperto, i viterbesi scatenarono l'attacco che portò alla carneficina, in quel luogo che come già detto prese il nome di "Carnajola".

Nel 1170, Viterbo attacca Ferento e dopo averla pesantemente saccheggiata, la dà alle fiamme, tanto che da una cronaca del Quattrocento, si legge: "...la città ....già mezza sino ai Cercini (le arcate del Teatro) era tutta una ruina...".

Dopo questo assalto subìto, Ferento risulterà fortemente indebolita e fu costretta a giurare sottomissione a Viterbo nel 1171, ma l'orgoglio ferentano covava sotto le ceneri e alla fine del 1171 la popolazione si rivolta all'oppressore viterbese che con l'aiuto della vicina Celleno, non perse l'occasione per chiudere definitivamente i conti con la tanto odiata città rivale.

La notte del 1º gennaio 1172, con il favore del buio e con il pretesto di eresia, l'esercito viterbese alleato con i cellenesi, attacca a sorpresa l'ignara città avvolta nel sonno e con inaudita ferocia, i soldati viterbesi uccisero uomini, donne, vecchi e bambini e finito il massacro, appiccarono il fuoco e distrussero tutto.

Sempre nella cronaca quattrocentesca già menzionata, si legge: "...l'incauta città posava immersa nella quiete notturna..." e ancora, "...tanto bastò perché l'ira dei viterbesi traboccasse; allistirono un esercito e venuti sull'indomabile città, che, smurata e già distrutta, potea a mala pena difendersi, tutta la guastorno e ne rasero al suolo le case dopo averla furiosamente abbottinata...".

Per non avere ritorsioni da parte di altre città, i viterbesi risparmiarono alcuni ferentani di nobili famiglie e li concentrarono a Viterbo presso la zona di San Faustino, mentre altri ferentani che si salvarono dalla strage, perché erano fuori della città e guardare le greggi,(nelle fredde notti invernali, erano frequenti gli attacchi dei lupi) si allontanarono dirigendosi, verso la valle del Tevere. Lungo il percorso, trovarono riparo in alcune grotte di origine etrusca, presso le quali si stabilirono definitivamente, usandole come abitazioni, dando così origine a Grotte Santo Stefano.

L'arcivescovo di Colonia Filippo di Heinsberg non approvò la politica espansionistica messa in atto dai Viterbesi fin dal 1158, i quali, alleati a Federico I detto il Barbarossa, avevano scatenato molte guerre nei confronti di vari castelli della Tuscia, senza però avere il consenso dell'imperatore che mise così la città al bando, dal quale fu assolta nel 1174 quando Cristiano, arcivescovo di Magonza assicurò la non riedificazione di Ferento, riassegnando il territorio di quest'ultima al contado di Viterbo.

Tutti i possedimenti delle due più ricche chiese di Ferento, San Bonifacio e San Gemini, verranno poi assegnati nel 1202 alle chiese viterbesi, Santo Stefano e San Matteo in Sonza.

Ferento Italy 4 by S F William.JPG

Il simbolo della città di Ferento, era una palma e quello di Viterbo un leone, e per evidenziare l'annientamento della città rivale, i viterbesi aggiunsero la palma al leone dando origine allo stemma comunale viterbese che ancora oggi è così rappresentato.

Tanto era l'odio dei viterbesi nei confronti di Ferento, che negli statuti comunali viterbesi degli anni 1237-38 e 1251-52 erano previste sanzioni gravissime per chiunque avesse tentato di ripopolare la città di Ferento, vietando persino ogni tipo di coltivazione e addirittura, nello statuto del 1251-52, era prevista la totale distruzione del Teatro e di tutto ciò che c'era intorno. Fortunatamente questa ordinanza, non fu mai eseguita, facendo arrivare fino ai nostri giorni le rovine dell'antica città.

A cavallo del XIV e XV secolo, le rovine di Ferento, furono utilizzate dagli eserciti di passaggio per accamparsi e nonostante papa Martino V avesse incaricato Cristoforo D'Andrea di Siena per riedificare e ripopolare il sito, i viterbesi, riuscirono nuovamente ad impedirlo.

Oggi le rovine della città di Ferento, sono visitabili e per il visitatore suscitano forti emozioni regalando scorci di grande bellezza, avvolti nel silenzio e nella natura che tutta intorno al sito, sembra voglia proteggere e preservare quanto resta della bella e sfortunata città.

Per una sorta di contrappasso il sito di Ferento con il suo teatro romano costituisce oggi una delle maggiori ricchezze culturali e turistiche della città di Viterbo.

Ritrovamenti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

Grande merito agli scavi condotti nel sito, si deve al "Re Archeologo" Gustavo VI Adolfo di Svezia che per diversi anni lavorò per portare alla luce importanti resti monumentali, sia di età romana che medioevale: tra questi merita una menzione particolare il teatro romano, ancora oggi sede di spettacoli estivi.
Oggi gli scavi sono affidati alle campagne promosse dall'Università della Tuscia. I reperti più significativi sono esposti nel Museo nazionale etrusco Rocca Albornoz, presso Rocca Albornoz.
A pochi chilometri da Ferento, il sito di "Acquarossa" sviluppatosi tra l'VIII ed il VI secolo a.C. è stato oggetto di importanti ritrovamenti archeologici fatti tra il 1956 ed il 1978 dall'Istituto Svedese di Roma.

Parti degli edifici emersi durante le campagne archeologiche a Ferento, sono stati ricostruiti presso il Museo Archeologico Nazionale di Viterbo; in particolare, alcune statue in marmo raffiguranti i personaggi della tragedia e della commedia greco-romana che presumibilmente erano posizionate nel frontescena del teatro. Inoltre è presente una piccola ricostruzione in legno del teatro ferentano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Feliciano Bussi, historia della città di viterbo, 1742, p. 98.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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